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martedì 1 marzo 2016

L’orchestra che vince i pregiudizi
«Così la musica ci rende forti»

I giovani disabili di AllegroModerato sul palco con Franco Mussida della Pfm


«Voi avete dentro come una scatoletta, dovete aprire questa scatoletta e farne uscire il tesoro che c’è». Forse conoscono o forse no, i ragazzi dell’Orchestra AllegroModerato, quelle parole bellissime di papa Francesco a dei giovanissimi disabili. Ma all’Auditorium di Bolzano, l’altra sera, hanno aperto ciascuno la propria scatoletta dando vita a un concerto emozionante. Riuscendo anche grazie a Franco Mussida, il patriarca della Pfm col suo fisico imponente e la scia di capelli argentei come una cometa sotto i riflettori, a toccare il cuore di
tutti. Fino al punto che, come ad esempio accadeva alle performance del piccolo grande pianista jazz Michel Petrucciani, affetto dalla malattia delle «ossa di cristallo», c’era solo la musica. E tutto il resto, la disabilità di larga parte dei musicisti, la premurosa fatica dei pochi tutor, la difficoltà di tenere insieme una trentina di persone speciali e fragili, finivano sullo sfondo. Come un dettaglio secondario.
«Obiettivo raggiunto!», esultava Antonio Viganò, direttore artistico del «Teatro la Ribalta. Accademia d’arte della diversità». E spiegava che il concerto, la musica, le iniziative teatrali «non sono una terapia. Anzi, diciamolo, mi dà proprio fastidio che qualcuno pensi siano solo terapia. È arte. È musica. È poesia. È l’espressione di ragazzi che hanno molto da dire».
Cinquanta elementi
Fondata nel 2010 fa a Milano da Marco Sciammarella e altri amici insegnanti con competenze specifiche nella didattica musicale speciale, nella musicoterapia e nella riabilitazione, l’orchestra che a pieno organico è composta da 50 elementi per due terzi diversamente abili è figlia di un progetto della omonima cooperativa onlus. Progetto che, come spiega il sito web, «si rivolge alle persone con fragilità psichiche, mentali e fisiche promuovendo una formazione musicale che attiva e sviluppa energia e competenze emotive, cognitive e razionali» e «offre la possibilità di organizzare il pensiero, di gestire le emozioni e le relazioni, di rielaborare il proprio mondo interiore e di condividerlo con consapevolezza».
Insomma, un progetto culturale che vuole coinvolgere le famiglie e «avvicinare la persona con disabilità all’esperienza musicale di gruppo» fino a «sperimentare reali modalità di autonomia musicale e coinvolgimento nell’orchestrazione dei brani» e così via. Ma il punto d’arrivo, al di là delle spiegazioni psicopedagogiche, è proprio quello raggiunto l’altra sera. Portare cioè Anna (arpa) e Chiara (timpani) e Davide (marimba) ed Elena (violoncello) e Jacopo (violino) e Carlo (tastiere) e tutti gli altri ad avere il coraggio di salire sul palcoscenico, di seguire docilmente il direttore e suonare così bene e con tanto cuore da fare appunto sparire, dietro un «allegretto» di Mahler o una fantasia del Rigoletto di Verdi, la loro fragilità.

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